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PACE,
AMORE E MUSICA
appunti di viaggio di Pio Salvatore Basso addì Sabato 26 Aprile, A.D. 2003
La
conoscenza accurata dei "corsi e ricorsi" storici che fu del
napoletano Giovan Battista Vico (1668-1744), guarda caso vissuto in un'epoca,
manco a dirlo, Barocca (!), non è in discussione! Sfogliando la
"vecchia" "Militello
Notizie", quella nostra rassegna trimestrale che qualcuno ancora
fortunatamente ricorda... ecco spuntare un mio articolo pubblicato nel numero di
Luglio del lontano 1990 (Anno V, n. 19). Tredici anni ci separano da quello
scritto, che voglio riproporre oggi, ad "imperitura memoria", nelle
pagine di questo virtuale Diario di Bordo, stante l'imminenza di un importante
appuntamento. Ma sono poi passati tredici anni?
Per
le strade e le piazze è tutto un frullare di sorrisi e carinerie, strette di
mano suggellano estemporanee amicizie dettate dalla inusuale contingenza, e
poveri diavoli poco adusi al rispetto della gente, non riescono a capacitarsi
delle benevoli attenzioni di persone di cui, per così dire, non credevano di
meritare l'amicizia. Ebbene sì, tutto questo è l'esaltante frutto di una
quinquennale gestazione, il cui conseguente parto porta (ci si perdoni il gioco
di parole) a quella creatura che comunemente si definisce consultazione
elettorale.
Morta
una legislatura se ne fa un'altra, e sembra che il presupposto fondamentale per
ottenere il risultato sia quello di convocare quante più persone atte alla
bisogna, tramite appunto le libere consultazioni anzidette. Grazie ad un clima
particolarmente favorevole, com'è quello della primavera siciliana, si apre un
periodo che, seppure ristretto nello spazio temporale di una ventina di giorni,
non è esagerato paragonare al raduno di Woodstock, celeberrima località
americana nella quale una ventina d'anni fa (come alcuni sapranno) convennero
migliaia di giovani per sollazzarsi al motto di pace, amore e musica.
Gli
ingredienti non mancano, antipatie abbarbicate nei più riposti recessi
dell'animo si sciolgono in festevoli manifestazioni di ritrovata fratellanza e
caritatevoli personaggi si aggirano per l'abitato alla ricerca di amici da
beneficare con favori disinteressati. La musica, rigorosamente circoscritta ai
palchi degli oratori, non brilla invero per originalità né di contenuti né di
concertisti. I leggendari comizi del primo dopoguerra, ai quali, come si
racconta, partecipava il popolo tutto debitamente fornito di sedia personale
trasportata fin dalla propria abitazione, hanno lasciato il posto a desolate
rappresentazioni cui la gente non si sente di partecipare, vuoi per la qualità
della musica proposta, vuoi per la semplice noncuranza nei riguardi dell'artista
in procinto di esibirsi. D'altronde ormai nessuno attribuisce agli esangui
comizi locali la benché minima possibilità (peraltro miracolistica) di
cambiare opinioni e propositi dell'elettorato.
Appollaiati
sugli sgangherati palchetti forniti dalla sezione politica di appartenenza, gli
oratori danno già in partenza l'immagine di un qualcosa di vagamente instabile
e insicuro, che rischia di sfasciarsi inesorabilmente al primo soffio di vento.
E non basta a tranquillizzare lo sconfortato uditorio l'annessa inevitabile
claque (leggasi gruppetto di fedelissimi), che cerca disperatamente di
riscaldare l'ambiente con entusiastici applausi nei momenti cosiddetti salienti
del discorso. L'imperante spirito di fratellanza che anima molti dei candidati
al soglio consiliare, evidentemente non ha contagiato a sufficienza gli
elettori, i quali senza dubbio ritengono di avere dato il massimo alla voce
sopportazione, mostrando rassegnata indolenza e cristiano compatimento al
frenetico strombazzamento dei propagandisti per le vie cittadine.
Ancora
una volta si ripropone nella sua toccante drammaticità la dolorosa spina che da
qualche tempo angustia le carni (metaforicamente s'intende) della nostra
sensibile classe politica, e cioè la strisciante sfiducia nelle istituzioni da
parte di una non indifferente (nel senso di notevole dal punto di vista
numerico) fetta di gente comune (che tra l'altro è sempre più paurosamente
indifferente, stavolta nel senso proprio del termine). A sentir parlare di nuove
strategie politico-sociali, di moderne direttive per l'attuazione di un
programma agro-turistico, delle palesi magagne della Giunta uscente, e persino
delle infedeltà coniugali a cui farebbe bene a porre rimedio il tale
amministratore (che, sia detto per inciso, non c'è nemmeno bisogno di
pubblicizzare tanto, perché già di dominio pubblico), anche il più smemorato
degli ascoltatori non ha difficoltà a rintracciare nella labile memoria le
tracce di ritornelli ormai vecchi come il cucco, destinati a perpetuarsi chissà
per quanto tempo ancora. Ed è a questo punto che scatta la molla della
diserzione, frutto di una determinazione assoluta.
Ma,
la contromisura è però delle più subdole e micidiali. Compunti santoni
traboccanti d'amore per il prossimo accantonano i discorsi programmatici e le
proposte alternative per dedicarsi anima e corpo alle pecorelle smarrite.
Appostati nei punti più impensabili del paese perseguono la loro caritatevole
missione con uno zelo ed una passione degna delle Suore di Madre Teresa di
Calcutta, offrendo da bere agli assetati nel bar più vicino, consolando gli
afflitti in occasione di disgrazie e funerali, visitando gli ammalati negli
ospedali e distribuendo, nel contempo, certe strane immaginette con oscuri
simboli e numeri a cui sembrano attribuire una grande importanza, non esclusi
rilevanti poteri taumaturgici a proposito di future prospettive occupazionali e
conseguente assicurato benessere.
In
una tale asfittica situazione due alternative, entrambe tremende, si presentano
ai derelitti destinatari di queste insolite attenzioni: adeguarsi o fuggire! Si
narra di gente che, in preda a forti sintomi di mania persecutoria, si sia
rintanata in casa per l'intera durata del periodo elettorale, paventando
l'assalto di qualche benefattore; al contrario di altri che, illuminati da un
ultimo brillìo di coscienza, hanno preferito piuttosto cambiare residenza
politica, condizione questa che una volta sbandierata all'assalitore di turno,
quantomeno ne frena (quando non addirittura ne stordisce con effetto immediato)
le filantropiche voglie.
Concimata
da un tale evangelico humus, l'affluenza ai seggi, nel giorno fatidico delle
elezioni, sboccia invariabilmente rigogliosa. È pur vero che qualcuno, o per
distrazione o per spirito goliardico, nel chiuso della cabina riesce a dare
sfogo alla sua latente creatività, apponendo sulla scheda qualche schizzo non
propriamente riconducibile ad una chiara e democratica manifestazione di voto,
ma per il resto tutti i salmi hanno la ventura di finire regolarmente in gloria.
Adempiute
le necessarie operazioni di spoglio e rivelato il, non più, segreto dell'urna
dagli assonnati scrutatori, più propensi a sbarazzarsi del loro burocratico
compito che ad esaltarsi per dei risultati già largamente preventivati, i
dubbi, le incertezze, i timori, le speranze, le scommesse e i pronostici che
avevano tenuto banco nei capannelli dei candidati e dei loro simpatizzanti, si
sfrondano della propria aleatoria prerogativa, e una turba di araldi
scodinzolanti si precipita per le strade ad annunciare la lieta novella. Vengono
approntati cartelloni riepilogativi dei risultati, completi di percentuali,
raffronti e attribuzioni di poltrone, mentre quella calca che si era fatta
notare soprattutto per la sua latitanza in occasione delle prediche
pre-elettorali, si manifesta improvvisamente nelle piazze per soddisfare una
inaspettata curiosità.
In
men che non si dica il brulicare sempre più chiassoso degli attendenti si
predispone all'abbraccio festoso degli eletti e a celebrarne la subitanea
beatificazione. Assisi sui loro pulpiti di celeste umiltà, i saggi pastori si
concedono alle improvvisate felicitazioni senza lesinare i ringraziamenti e le
prime timide benedizioni. Di lì a poco, l'aria ancora fresca della sera smorzerà
entusiasmi e cerimonie trionfali, mentre il defluire delle persone verso casa si
farà più intenso. I preziosi santini che venivano distribuiti con tanta cura
ai bisognosi intanto, calpestati senza rispetto, giacciono inutili sui
marciapiedi, in balìa di un destino che si presenterà sotto la rozza forma di
una misera scopa della nettezza urbana e di un inceneritore assai poco clemente.
Entro alcuni giorni, all'ombra del biancazzurro gonfalone civico, auspice l'intercessione
dei Principi Branciforte, l'arengo comunale non porrà indugio nell'affermare i
suoi buoni propositi di buon governo, trasparenza e senso di responsabilità.
Vorremmo sbagliarci, ma ci solletica il sospetto che sentiremo presto ben altra
musica! (Militello Notizie, Anno V, n. 19, Luglio 1990)
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