(la vera storia della questione religiosa di Mortarello)

di Nicolino Stellario

XVII

(venerdì 8 dicembre 2006)

L'invasione dei porcellini d’India, dopo un primo momento di euforia che contagiò soprattutto i bambini, si rivelò un problema di non indifferente soluzione. In effetti alla momentanea atmosfera di gaia confusione si sostituì ben presto il terrore, e i mortarellesi dovettero fronteggiare una emergenza che nessuno aveva minimamente preventivato. Ogni cittadino si sentì investito del sacro furore di eliminare i piccoli ratti bianchi, ma era tale la moltitudine di quegli sguscianti animaletti che ogni giorno la situazione non faceva che peggiorare ulteriormente. Come se non bastasse, ai graziosi topolini si aggiunsero ben altri e più pericolosi rappresentanti della fauna roditoria.

Topi domestici e selvatici di ogni forma e dimensione invasero Mortarello creando un caos simile a quello provocato dal matrimonio dell’intrattenitore televisivo Lippo Caudo con la soubrettona Kit & Katia. La A.U.S.L. di zona inviò schiere di monatti per raccogliere le vittime dell’epidemia di colera che si era ben presto sviluppata, e che è ampiamente documentata nel romanzo I Controversi Sposi di un anonimo relatore del ‘700, il quale narra l’infelice storia d’amore tra una mariana (Mimì BellaMicetta) e un nicolino (Salvatore CheSpasso), misteriosamente e definitivamente scomparsi in uno degli oscuri meandri della Casa della insofferenza mariana.

Fu proprio in virtù del tragico evento colerico che il nome del paese acquisì quella denominazione che conserva ancora oggi: Mortarello V.C. (dove le lettere punteggiate stanno per Vibrione del Colera).

La Giunta Municipale intanto, capeggiata da uno dei soliti Cucuzzaro, decise di affidare l’immane compito del risanamento ai boy scouts della sezione “MARIAM” (acronimo per Mortarellesi Assatanati Repressi Inconsapevoli Assuefatti Masochisti), ma ci fu subito il veto dei nicolini, che vedevano nel sodalizio una diramazione, a sentir loro, della longa manus mariana.

Il sindaco se ne lavò le estremità con sapone di Marsiglia, che oltretutto permetteva di raccogliere i punti del concorso “Mi sguazzo e me ne frego”, per cui la questione passò sotto la diretta giurisdizione del barone Vincenzino Birresio, blasonato produttore della nota birra da vurrània (per i più colti, borragine), che dalla sua famiglia prendeva il nome, il quale proprio in quel giorno era convolato a nozze ed aveva programmato ben altri più piacevoli sollazzi.

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